Dieci anni

Il 17 luglio scorso cadeva il nostro decennale, senza fanfare e, a dire il vero, senza segnalazioni di sorta, mesto silenzio che parrebbe riflettere il fatto che il blog stesso e’ andato scivolando poco a poco verso la pace eterna. In un certo senso tutto questo e’ tristemente vero, ed e’ spiegabile in almeno due modi, di cui diro’ fra un momento. Se vi venisse in mente di leggere quello che segue, quindi, mettete “Incontro” di Guccini in sottofondo. In un altro senso, siamo ancora in piedi, e da oltre dieci anni, quindi champagne! Teran! In ogni caso, e’ tempo di tirare le somme, e cosi’ vi lascio questo flusso di coscienza, non tanto perché mi aspetto che qualcuno legga questo articolo quanto per la divina ragione del “tanto per”.

Un motivo per cui siamo andati scemando e’ l’intrinseca impermanenza della forma- blog. Non impermanenza nel senso che i nostri vecchi articoli non sono piu’ consultabili: lo sono. Piuttosto il fatto e’ che il blog come forma – un sito personale e autogestito (nel nostro caso, da piu’ di una persona) – e’ andato perdendosi nell’ultimo decennio, in questi anni di accentramento dell’energia degli utenti di internet in piattaforme gestite dai soliti giganti che si spartiscono il nostro tempo e attenzione, naturalmente con assoluta benevolenza e motivazioni squisitamente filantropiche. In questo Zeitgeist, l’idea stessa di gestire il proprio sito e’ diventata una cosa che sembra troppo faticosa. Noi, o almeno io che scrivo, abbiamo cercato di continuare a produrre qualcosa, giacché alla fine non richiede molto tempo e attenzione, ma abbiamo dovuto affrontare un effetto collaterale della perdita di rilevanza della forma blog, ossia la concomitante perdita di utenza della forma stessa. Insomma, siete sempre di meno a seguirci e a commentare, e dubito che questa articolessa fara’ eccezione. Ma, tant’ e’, Frascheprivateosmize esiste da cosi’ tanto (dubito che ci siano molti blog che hanno festeggiato il loro decennale ancora in attivita’, seppur non fervente), che chiuderlo definitivamente sarebbe un po’ uno smacco a quello che abbiamo fatto nel corso degli anni.

Un effetto collaterale della “permanenza” (nel senso di continua disponibilita’) di questa forma “impermanente” (nel senso di essere legata a doppio filo alle impressioni del presente) e’ che ci ritroviamo con un miscuglio delle ebullienti energie degli anni d’oro del blog (2009-11), e una lunga coda che consiste principalmente di notizie rimbalzate dalle mailing list che hanno gia’ di per se piu’ lettori di noi, con occasionalmente qualche nuova recensione o aggiornamento, ma di rado e con poco riscontro di pubblico. Mesta vecchiaia, se vogliamo, ma come dice Romolo Catenacci “Tanto io non moro!”.

Il secondo motivo per cui abbiamo perso propulsione (anche al di la’ delle considerazioni ancora piu’ specifiche – chi si trasferisce, chi non ha piu’ voglia, eccetera) e’ che l’attivita’ di recensori di frasche private e osmize non e’ espandibile all’infinito. Parlando di osmize (su cui, piaccia o no, abbiamo finito per concentrarci), dieci anni fa ce n’erano forse 80  attive, adesso forse una sessantina: alcune nuove hanno aperto, altre, piu’ numerose, hanno chiuso. Quasi tutte le osmize che sono state aperte in un momento o nell’altro di questo decennio, almeno in Italia (in Slovenia siamo stati molto meno coscienziosi), hanno ricevuto la loro brava recensione. Un paio ci sono scappate (o Mattonaia, o profumato Eden ridente e fuggitivo, ti raggiungeremo), ma nel complesso si puo’ dire che Frascheprivateosmize possa servire, come e’ servito da anni, da catalogo ragionato e ragionevolmente comprensivo delle osmize presenti nella Venezia Giulia (ora solo in provincia di Trieste, se parliamo di osmize propriamente dette).

La relativa mancanza di comprensivita’ del nostro lavoro sugli altri due tipi di locali, frasche e private, su cui dovevamo concentrarci e che sono alla lunga finite in ombra, e’ un po’ meno scusabile. Volendo, in quell’ambito c’e’ ancora da fare: volendo. Va anche detto pero’ che i nostri locali di riferimento sono diminuiti di numero negli ultimi anni: in particolare, l’ambiente rigorosamente proletario delle private bisiache si e’ dimostrato refrattario al processo di re-invenzione come locale, piu’ o meno trendy, e comunque concentrato sul cibo, con cui bene o male le osmize della provincia di Trieste sono riuscite a contrastare gli effetti di una delle tendenze di lungo termine di questi decenni, ovvero la diminuzione del consumo di alcol. Credo che questa sia la ragione principale della concomitante diminuzione del numero dei “nostri” locali. Dal punto di vista della sostenibilita’ economica, le private bisiache sono le piu’ a rischio: lanciamo quindi un appello, in primis a me stesso, a sostenerle.

Tornando a noi, c’e’ un qualcosa di effimero nell’idea stessa di recensione, sogno senza tempo, impressione di un momento. Abbiamo spesso avuto il coraggio morale e la granitica costanza di rivisitare osmize che avevamo gia’ visitato molte volte, approfittandone a volte per ritoccare il blog; ma alla fine rivisitare le vecchie recensioni sembra un’ attivita’ un po’ sterile. Alcune di quelle vecchie sono scritte con uno stile che magari oggi sembra un filo stucchevole o arrogante, e passons sulle parodie della filosofia continentale che il servo vostro buttava li’ per manifestare le proprie antipatie accademiche del momento che poco o nulla avevano a che fare con); altre sembrano non dare abbastanza rilevanza a elementi importanti; altre ne danno troppa a elementi che magari non rappresentano piu’ l’osmiza. Per esempio, ci puo’ essere un’annata storta per il salame, o per il vino, e uno puo’ cascare male; il segreto sta nel riconoscere quello che e’ permanente da quello che non lo e’, e in questo caso la perfezione non esiste. Nel complesso, pero’, sono abbastanza soddisfatto di quello che abbiamo fatto.

Ultima considerazione: fino a che punto ha senso recensire un’osmiza? A questo punto, con la mia esperienza ultradecennale di recensore, direi: solo fino a un certo punto. Questo e’ forse il motivo per cui cosi’ pochi ci hanno provato. La verita’ e’ che i nostri locali del cuore si assomigliano tra di loro piu’ di quanto alcuni si discostino dagli altri; e questo e’ piu’ vero per le osmize di quanto lo sia per i ristoranti, per esempio. (Guardatevi per esempio le descrizioni – non valutative – del sito standard, osmize.com: quante volte si puo’ ripetere “disponibili salame, prosciutto, pancetta, sottaceti”? Ci si concentri su quel poco che c’e’ di individuale, perbacco). Anche i prezzi – anche se c’e’ chi ama lamentarsi dei soliti noti – non variano quanto quelli dei ristoranti. L’osmiza piu’ costosa avra’ nel complesso piu’ alti del 20, massimo 25% dei prezzi dell’osmiza piu’ a buon mercato. Si parla di distinzioni anche sottili, che portano il recensore magari a esagerare l’importanza delle differenze che si possono trovare. Ma nel complesso, se vai in osmiza, sai cosa trovi, e questo qualcosa di solito ci piace. Tutto cio’ si riflette nelle nostre valutazioni, dove le tre e quattro stelline sono piu’ frequenti delle due e cinque, e una stellina sola e’ una rarita’ riservata alle grandi delusioni. Davvero, non ha senso fare il recensore cattivo in stile critico di ristoranti; ma non ha senso nemmeno fare le cose che faceva qualche anno fa bora.la, e sdilinquirsi in mille apprezzamenti su tutte le osmize recensite. La virtu’ sta nel mezzo; e per concludere dichiaro che, guardando le cose con la massima obiettivita’ possibile, le nostre recensioni in questo senso sono abbastanza virtuose, ma scontano le limitazioni intrinseche al progetto stesso di recensire locali abbastanza omogenei.

Cio’ detto, per la porzione di futuro che si estende tra l’oggi e la prossima guerra mondiale, continueremo a (non) lavorare al blog, o a lavorarci se quando ci pare. In ogni caso le nostre vecchie considerazioni sono ancora disponibili, e continueranno ad esserlo in futuro. Grazie ai nostri ventiquattro o quarantotto lettori che ci hanno seguito nel corso degli anni.

 

 

Published in: on settembre 23, 2019 at 6:17 pm  Comments (2)  

Crusca e ombolo

Fa piacere il riconoscimento della parola “osmiza” come parte della lingua italiana, anche se personalmente non avevo idea che non fosse tale fino a questo momento – fuori dal FVG probabilmente la reputano parola del “dialetto del Fríuli”.

https://ilpiccolo.gelocal.it/tempo-libero/2019/03/02/news/dal-carso-allo-zingarelli-le-osmize-conquistano-di-diritto-la-lingua-italiana-1.30057751

Published in: on marzo 3, 2019 at 6:36 pm  Lascia un commento  

Gli occhi degli altri

https://americanwaymagazine.com/italian-town-remarkable-state-limbo

Il punto di vista di un turista statunitense sulle osmize. Ci sono, va detto, molte imprecisioni evitabili: per esempio, il nostro ha chiaramente l’impressione che Gruden sia un nome di battesimo e Stanislav un cognome; chiama il dialetto locale “Triestinà” (sembra slovacco) e Repen “Rupen”; dice che Samatorza è “appena fuori Duino”; e più in generale la geografia del percorso che dice di avere fatto ha un sapore escheriano (parte da Malchina per arrivare a Repen, poi fa una “deviazione” per la Vicentina verso Opicina e alla fine si ritrova a Malchina, sempre a piedi?). Ciò detto, trovo apprezzabile e nel complesso abbastanza riuscito il tentativo di rendere l’idea del particolare fascino del paesaggio sociale e umano del Carso italiano, e delle osmize in particolare, per dei lettori internazionali, quindi per chi mastica l’inglese la lettura potrebbe essere interessante.

Published in: on marzo 14, 2018 at 12:51 pm  Lascia un commento  

I Prosecchi

Probabilmente Report non ha bisogno della nostra pubblicita’, ma segnaliamo questo video (vecchio di qualche mese) a chi fosse interessato al rapporto tra la frazione carsica di Prosecco e il vino dello stesso nome prodotto in Veneto:

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-9fd4c54c-528a-4a20-b5dc-8ceedfbd07e6.html

Se avete commenti, aggiunte, retroscena, la sezione commenti e’ a vostra disposizione.

Published in: on marzo 13, 2017 at 9:08 pm  Lascia un commento  

Dal “Piccolo”

Non siamo molto propensi a perpetuare la cultura del rituìtma se a qualcun altro fosse sfuggito questo articoletto del Piccolo di 9 mesi fa, forse è il caso di rammentarcene: al tempo stesso una buona notizia per quel che concerne la sopravvivenza delle osmize in un’epoca meno rude e rubizza di un tempo, e uno specchio delle mutate abitudini eno-alimentari della zona che intristirà forse qualcuno.

http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2015/04/16/news/scatta-il-regolamento-salva-osmize-1.11246690

Published in: on gennaio 23, 2016 at 6:59 pm  Lascia un commento  

100000

Frascheprivateosmize ha compiuto centomila visualizzazioni, in poco piu’ di cinque anni. Centomila sono anche, a occhio e croce, gli euri che abbiamo speso a compiere il nostro sacro dovere (stay hungry, stay foolish). Grazie ai lettori, e grazie ai gestori che con il loro lavoro continuano a regalarci grandi esperienze.

Published in: on novembre 17, 2014 at 7:18 pm  Comments (2)  

Province

In seguito alla recente chiusura di Frandolič a Jamiano, ci tocca constatare che i tre locali in provincia di Gorizia che avevamo deciso di chiamare osmize, giacche’ tali erano nello spirito, e che erano aperti quando cominciammo la nostra attivita’ di recensori cinque anni fa, sono tutti passati a miglior vita o si sono evoluti in qualcosa di diverso. Piu’ in generale, rimane incerta la probabilita’ che l’attuale riorganizzazione territoriale possa incentivare la creazione di osmize nel Goriziano.

Un’idea potrebbe essere quella di riorganizzare l’area del Carso italiano in modo di riunire le aree carsiche delle province di Gorizia e Trieste, ed escludendo i centri piu’ grandi. Geograficamente e culturalmente, un paese carsico della provincia di Gorizia  ha certamente piu’ in comune con un paese carsico della provincia di Trieste (o se e’ per questo con i paesini di oltreconfine) che con il proprio capoluogo. L’unificazione amministrativa potrebbe essere un adeguato riconoscimento dell’unita’ culturale di queste zone, un unita’ composta di vari elementi: densita’ abitativa relativamente bassa, forte presenza della lingua slovena e dei suoi dialetti, e mille altri elementi che includono, naturalmente, le osmize.

E’ vero che il Carso goriziano e’ sempre stato meno ricco di osmize rispetto a quello triestino; ma si puo’ supporre che questa situazione non sia tanto l’inevitabile conseguenza della pur presente diversita’ di certi elementi geografici e culturali (minore densita’ abitativa, territorio complessivamente meno adatto alla coltivazione della vite rispetto al Carso triestino) quanto un prodotto della legislazione vigente nella provincia di Gorizia, che esclude la vendita di piatti freddi nei (come dicono i nostri burocrati) “locali adibiti alla mescita e vendita al dettaglio di prodotti vinicoli”.
Insomma, non c’e’ niente di specificamente triestino nell’idea di osmiza: e’ la legislazione che crea la differenza tra le aree di Trieste e quelle di Gorizia. E’ da decenni che i gestori di locali simili nel Goriziano (carsico e non) devono raccapezzarsi machiavellicamente per dare ai loro avventori la sacrosanta possibilita’ di “far fondin” al vino con pane e affettati. Mi sembra evidente che tutti (o quasi) ne guadagnerebbero se la situazione fosse regolarizzata – in un modo che riconosca la specificita’ delle osmize goriziane e non le costringa a diventare altro da sé (agriturismo).

Published in: on ottobre 13, 2014 at 3:55 pm  Lascia un commento  

Vecchie foto – Privata sconosciuta

Vecchie foto - Privata sconosciuta

Cortile di una privata, ignoto l’anno e il posto (secondo qualcuno dal Negus, per altri a Ronchi)

Published in: on febbraio 8, 2014 at 1:16 pm  Comments (1)  

“Archeologia” enologica

C’era una volta l’abitudine di conservare delle bottiglie di vino in annate importanti o legate ad avvenimenti personali (di solito la nascita di un bambino), per poi aprirle anni dopo, o dimenticarsene. Di solito l’esperimento si risolveva (o risolve) in un fallimento: tappi scadenti, errata conservazione o vini poco adatti all’invecchiamento portano a delusioni frequenti nel momento dell’attesa stappatura.

Non e’ stato questo il caso di un a bottiglia di vino rosso prodotto dal Negus (gestore per decenni di una delle private piu’ note di Monfalcone, scomparso purtroppo quest’anno) nell’anno ’69, imbottigliata e conservata da un amico partigiano. Stappata a 44 anni di distanza, si rilevava ancora di un bel colore rubino appena mattonato, al naso eterea ma in bocca ancora vitale, con un bel tannino e quasi una certa rotondita’. Complimenti a chi l’ha conservata cosi’ bene, ed ovviamente al Negus, a cui e’ dedicato questo articolo.

Un precedente post sulla privata del Negus.

Published in: on novembre 8, 2013 at 7:57 pm  Lascia un commento  

x1 Frasche x2 private x3 osmize. X? (parte 1)

Un certo numero di lettori ci ha fatto presente che nell’economia retorica del blog, pur apprezzabile, pesa negativamente la mancanza di riferimenti alla filosofia analitica, e in particolare a Wittgenstein. Vediamo quindi di rimediare a questa mancanza con una discussione che fa riferimento a una questione importante per noi, vale a dire: come classificare i locali / rivendite / mescite etc. di cui ci occupiamo in questo blog. Premessa inevitabile a tale discussione deve essere il riconoscimento che per il fatto stesso che ce ne occupiamo, per il fatto stesso che c’è un blog ad esse dedicato, le “Frascheprivateosmize” possono essere considerate un’entità linguistico-sociale, e come tali degne di una discussione filosofica.

Ludwig_Wittgenstein_during_WWII

E già qui si erge quello che può forse essere considerato il problema principale della filosofia analitica, ossia il fatto che le entità linguistico-sociali, le “cose” a cui fanno riferimento le parole che usiamo normalmente (ma anche in gran parte del discorso accademico), non sono formalizzabili allo stesso modo in cui possono esserlo i concetti della matematica o della logica. E allora, come dare una definizione, come “analizzare”, giacché di questo la filosofia analitica si occupa, tali entità? Sui due approcci possibili a questa difficoltà si articola la differenza tra quelli che sono forse i due esponenti più influenti di questa branca della filosofia, che sono poi la stessa persona: il primo Wittgenstein e il Wittgenstein tardo. Il primo Wittgenstein, ancora “positivista logico” tenta di fare pulizia, cioè di espellere dal campo del discorso filosofico tutto ciò che non può essere formalizzato allo stesso modo di 1+1=2, e dichiara pertanto che “di tutto ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”. Il secondo Wittgenstein, probabilmente annoiato dal continuo girare di pollici cui i suoi stessi principi lo costringevano, cambia approccio e si occupa invece del modo in cui, dopotutto, continuiamo a parlare, continuiamo a usare concetti che non possono essere formalizzati, matematizzati eccetera: nasce così la “filosofia del linguaggio naturale”, che invece di imporre alla filosofia i criteri della logica matematica, analizza i criteri che il linguaggio stesso, filosofico o naturale che sia, si è dato e continua a utilizzare.

E qui Wittgenstein si accorge di una cosa: ossia, che non è che il linguaggio naturale abbia gli stessi criteri della logica pura, ma non riesce a soddisfarli; piuttosto, esso ha dei criteri di natura diversa, più fluidi e meno formalizzabili. Questi criteri dominanti vengono chiamati “somiglianze di famiglia”. Ossia, prendiamo un’istanza x di un’entità X. Mettiamo che vogliamo giustificare il fatto che chiamiamo x un’istanza di X attraverso un’analisi dei parametri che definiscono X essenzialmente, per poi dimostrare che x corrisponde a tali parametri. La logica del primo Wittgenstein pretende che X sia definibile tramite una serie di condizioni sufficienti e necessarie: X è X se p1, p2, p3 […] sono tutti presenti. Il Wittgenstein tardo vede che i concetti che usiamo normalmente non sono formalizzabili a questo modo: piuttosto, le varie entità che sono raggruppate sotto un concetto si somigliano, come i membri di una famiglia si somigliano anche se nessuna delle loro caratteristiche morfologiche in realtà coincide esattamente. Quindi prendiamo X, che vogliamo definire in base a, diciamo, cinque parametri rilevanti: p1, p2, p3, p4 e p5. Il primo Wittgenstein vuole che tutti siano presenti; il Wittgenstein tardo riconosce che nell’uso normale (e filosofico) del linguaggio la rilevanza dei parametri non significa di per sé che alcuno di questi parametri sia sufficiente o necessario. Può capitare, dunque, che un’ entità X sia chiamata X perchè presenta, diciamo, almeno quattro di questi parametri: di conseguenza, un x sarà X se (p1, p2, p3 e p4) OPPURE (p1, p2, p4, p5), OPPURE (p2, p3, p4, p5), e così via, sono presenti. Nessuno dei vari parametri è necessario né sufficiente, eppure ciascuno può fare la sua parte nella definizione cumulativa. Se chiedessimo a uno scienziato che cos’è, per esempio, una pianta, ci darebbe una definizione di questo genere.

Passiamo a “Frasche”, “Private” e “Osmize”, le nostre entità linguistiche X (1, 2, 3). Ora, vogliamo giustificare il fatto che un particolare locale empirico x sia chiamato frasca, o privata, od osmiza, cioè che x sia un X (1, 2 o 3). Come facciamo? Agli inizi del nostro blog ci trovammo in difficoltà perché insistevamo a usare i metodi del primo Wittgenstein – volevamo, cioè, trovare una serie di condizioni sufficienti e necessarie perché un particolare locale empirico facesse parte di una delle nostre entità costitutive. Dopo anni di riflessione filosofica che per il momento non mi hanno fruttato un lavoro, ho trovato qualcosa di ben più prezioso, cioè la presa di coscienza che il nostro blog usa, e non può che usare, i criteri del Wittgenstein tardo.

Per i dettagli rimando a un seguito di questo post, che sarà pubblicato la prossima volta che l’urgenza dell’argomento mi si presenterà con forza sufficiente.

Published in: on novembre 8, 2013 at 11:18 am  Lascia un commento