Parovel (Bagnoli / Boljunec)

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Come dicevamo recentemente, spesso ci troviamo ad avere a che fare con dei locali che sono un po’ osmiza e un po’ qualcos’altro. In questo caso, il cartellone sulla strada che strilla “OSMIZA” sembra indicare una certa ansia a questo proposito: in effetti Parovel è conosciuta primariamente come azienda agricola, produttrice tra altre cose di olio, su cui i pareri divergono, e solo di tanto in tanto, come in questo novembre 2013, apre i battenti come osmiza. Piazzata sullo stradone dalla zona industriale di Trieste, parcheggione che domina l’esterno, e un interno moderatamente accogliente ma che non convince. La cosa più rimarchevole di questa osmiza, però, sono i prezzi: a vedere la tabellina con i prezzi in particolare dei formaggi sono rimasto incredulo e quasi ho sentito un impulso all’applauso, come dinanzi a un record mondiale battuto, con una prestazione stellare che fa sembrare Zidarich dei dilettanti; in effetti è da Prepotto (per la precisione dall'”altro” Zidarich) che vengono i formaggi, tra cui spicca su tutti uno Jamar con marmellata di cachi (buona idea, peraltro) a nientemeno che 8€ l’etto. Gli altri formaggi, pur distanziati, sono abbondantemente più costosi che in qualunque altra osmiza (se è di queste che stiamo parlando). Il servizio rapido e preciso, su legno, non può far dimenticare questa sgradevole stravaganza finanziaria, e nemmeno la qualità dei prodotti (conosciamo tutti lo Jamar). Le uniche cose di produzione propria che abbiamo assaggiato sono state il salame e il vino bianco. Sul secondo mi pronuncerei molto provvisoriamente con una sufficienza, mentre con il salame sono più sicuro: sufficienza anche qui. Naturalmente un solo assaggio può essere rappresentativo fino a un certo punto, ma intanto mettiamo qui la recensione. Tentenniamo e dubitiamo, ma per il momento non condanniamo.

Vivande: ***
Vino: ***?
Ambiente: **
Servizio: **

Published in: on novembre 19, 2013 at 5:41 pm  Lascia un commento  

“Archeologia” enologica

C’era una volta l’abitudine di conservare delle bottiglie di vino in annate importanti o legate ad avvenimenti personali (di solito la nascita di un bambino), per poi aprirle anni dopo, o dimenticarsene. Di solito l’esperimento si risolveva (o risolve) in un fallimento: tappi scadenti, errata conservazione o vini poco adatti all’invecchiamento portano a delusioni frequenti nel momento dell’attesa stappatura.

Non e’ stato questo il caso di un a bottiglia di vino rosso prodotto dal Negus (gestore per decenni di una delle private piu’ note di Monfalcone, scomparso purtroppo quest’anno) nell’anno ’69, imbottigliata e conservata da un amico partigiano. Stappata a 44 anni di distanza, si rilevava ancora di un bel colore rubino appena mattonato, al naso eterea ma in bocca ancora vitale, con un bel tannino e quasi una certa rotondita’. Complimenti a chi l’ha conservata cosi’ bene, ed ovviamente al Negus, a cui e’ dedicato questo articolo.

Un precedente post sulla privata del Negus.

Published in: on novembre 8, 2013 at 7:57 pm  Lascia un commento  

x1 Frasche x2 private x3 osmize. X? (parte 1)

Un certo numero di lettori ci ha fatto presente che nell’economia retorica del blog, pur apprezzabile, pesa negativamente la mancanza di riferimenti alla filosofia analitica, e in particolare a Wittgenstein. Vediamo quindi di rimediare a questa mancanza con una discussione che fa riferimento a una questione importante per noi, vale a dire: come classificare i locali / rivendite / mescite etc. di cui ci occupiamo in questo blog. Premessa inevitabile a tale discussione deve essere il riconoscimento che per il fatto stesso che ce ne occupiamo, per il fatto stesso che c’è un blog ad esse dedicato, le “Frascheprivateosmize” possono essere considerate un’entità linguistico-sociale, e come tali degne di una discussione filosofica.

Ludwig_Wittgenstein_during_WWII

E già qui si erge quello che può forse essere considerato il problema principale della filosofia analitica, ossia il fatto che le entità linguistico-sociali, le “cose” a cui fanno riferimento le parole che usiamo normalmente (ma anche in gran parte del discorso accademico), non sono formalizzabili allo stesso modo in cui possono esserlo i concetti della matematica o della logica. E allora, come dare una definizione, come “analizzare”, giacché di questo la filosofia analitica si occupa, tali entità? Sui due approcci possibili a questa difficoltà si articola la differenza tra quelli che sono forse i due esponenti più influenti di questa branca della filosofia, che sono poi la stessa persona: il primo Wittgenstein e il Wittgenstein tardo. Il primo Wittgenstein, ancora “positivista logico” tenta di fare pulizia, cioè di espellere dal campo del discorso filosofico tutto ciò che non può essere formalizzato allo stesso modo di 1+1=2, e dichiara pertanto che “di tutto ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”. Il secondo Wittgenstein, probabilmente annoiato dal continuo girare di pollici cui i suoi stessi principi lo costringevano, cambia approccio e si occupa invece del modo in cui, dopotutto, continuiamo a parlare, continuiamo a usare concetti che non possono essere formalizzati, matematizzati eccetera: nasce così la “filosofia del linguaggio naturale”, che invece di imporre alla filosofia i criteri della logica matematica, analizza i criteri che il linguaggio stesso, filosofico o naturale che sia, si è dato e continua a utilizzare.

E qui Wittgenstein si accorge di una cosa: ossia, che non è che il linguaggio naturale abbia gli stessi criteri della logica pura, ma non riesce a soddisfarli; piuttosto, esso ha dei criteri di natura diversa, più fluidi e meno formalizzabili. Questi criteri dominanti vengono chiamati “somiglianze di famiglia”. Ossia, prendiamo un’istanza x di un’entità X. Mettiamo che vogliamo giustificare il fatto che chiamiamo x un’istanza di X attraverso un’analisi dei parametri che definiscono X essenzialmente, per poi dimostrare che x corrisponde a tali parametri. La logica del primo Wittgenstein pretende che X sia definibile tramite una serie di condizioni sufficienti e necessarie: X è X se p1, p2, p3 […] sono tutti presenti. Il Wittgenstein tardo vede che i concetti che usiamo normalmente non sono formalizzabili a questo modo: piuttosto, le varie entità che sono raggruppate sotto un concetto si somigliano, come i membri di una famiglia si somigliano anche se nessuna delle loro caratteristiche morfologiche in realtà coincide esattamente. Quindi prendiamo X, che vogliamo definire in base a, diciamo, cinque parametri rilevanti: p1, p2, p3, p4 e p5. Il primo Wittgenstein vuole che tutti siano presenti; il Wittgenstein tardo riconosce che nell’uso normale (e filosofico) del linguaggio la rilevanza dei parametri non significa di per sé che alcuno di questi parametri sia sufficiente o necessario. Può capitare, dunque, che un’ entità X sia chiamata X perchè presenta, diciamo, almeno quattro di questi parametri: di conseguenza, un x sarà X se (p1, p2, p3 e p4) OPPURE (p1, p2, p4, p5), OPPURE (p2, p3, p4, p5), e così via, sono presenti. Nessuno dei vari parametri è necessario né sufficiente, eppure ciascuno può fare la sua parte nella definizione cumulativa. Se chiedessimo a uno scienziato che cos’è, per esempio, una pianta, ci darebbe una definizione di questo genere.

Passiamo a “Frasche”, “Private” e “Osmize”, le nostre entità linguistiche X (1, 2, 3). Ora, vogliamo giustificare il fatto che un particolare locale empirico x sia chiamato frasca, o privata, od osmiza, cioè che x sia un X (1, 2 o 3). Come facciamo? Agli inizi del nostro blog ci trovammo in difficoltà perché insistevamo a usare i metodi del primo Wittgenstein – volevamo, cioè, trovare una serie di condizioni sufficienti e necessarie perché un particolare locale empirico facesse parte di una delle nostre entità costitutive. Dopo anni di riflessione filosofica che per il momento non mi hanno fruttato un lavoro, ho trovato qualcosa di ben più prezioso, cioè la presa di coscienza che il nostro blog usa, e non può che usare, i criteri del Wittgenstein tardo.

Per i dettagli rimando a un seguito di questo post, che sarà pubblicato la prossima volta che l’urgenza dell’argomento mi si presenterà con forza sufficiente.

Published in: on novembre 8, 2013 at 11:18 am  Lascia un commento  

Calendario 2013/2014 Medeazza

Calendario 2013/2014 Medeazza

Eccolo qui il calendario delle osmize di Medeazza. Prendendo atto di cospiqui [sic] “buchi” temporali causati da chiusure e riconversioni, va detto che in parte saranno compensati dalle aperture degli agriturismi Pernarcic a inizio paese (ogni ultimo giovedi’ del mese per 11 giorni) e Radetic

Published in: on novembre 7, 2013 at 4:57 pm  Lascia un commento  

Spessa: Ronc di Guglielmo

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Dalla via che conduce da Cormôns a Cividale, poco prima di giungere a Spessa, una strada bianca sul lato destro si arrampica sui Colli Orientali del Friuli conducendo alla frasca – segnalata anche sulla strada con le consuete insegne con fronde – gestita dai coniugi Guglielmo e Roberta Domenis.

La frasca non è una di quelle solitamente recensite su questo blog ed ha una vocazione di spaccio e commercializzazione dei propri vini fatta anche attraverso un sito internet e la partecipazione a diverse fiere (presenza fissa alla sagra del vino di Monfalcone ad esempio).

La cosa che più colpisce è la cornice magica dei Colli Orientali del Friuli di cui si gode di uno splendido panorama dal terrazzo della frasca. Abbiamo potuto apprezzare particolarmente questo paesaggio in un pomeriggio assolato di questo inizio di novembre in cui le vigne e i boschi circostanti ingialliscono al sole che li incendia al tramonto. L’interno è rustico ma molto curato.

Il Ronc di Guglielmo – al di là dell’insegna – non è neppure di un agriturismo in senso stretto. L’apertura è limitata da fine ottobre a luglio e i prodotti distribuiti sono esclusivamente vino, salumi e formaggio (se escludiamo – come del resto faremmo volentieri – caffé… e perfino [sic] coca cola).

La lista dei vini è molto varia e abbiamo potuto provarne solo alcuni. La zona, come si sa, è patria di eccellenti vini sopratutto bianchi. Il Tocai/Friulano di Guglielmo non delude: asciutto ed aromatico. Il refosco forse manca leggermente di corpo ma è ideale per gustare i piatti offerti. La produzione propria è di pancetta e salame. Il salame non ci ha stupito mentre la pancetta è delicata e si scioglie in bocca. Altri prodotti che si possono assaggiare qui sono forniti da produttori locali. Oltre ad un onesto ossocollo abbiamo gustato un delizioso prosciutto crudo. Formaggi – latteria fresco e stagionato – piacciono senza entusiasmare.

Da rivedere per valutare altri vini (ci incuriosisce lo “spumanteVeretât”) e ritornare in questa bella cornice dove è sempre arduo restare delusi dopo un’esperienza eno-gastronomica.

Published in: on novembre 4, 2013 at 1:44 pm  Lascia un commento